4 ottobre 2020

Perché il concorso non garantirà il diritto all'insegnante di sostegno

 Perché il concorso non garantirà il diritto all'insegnante di sostegno


Oltre alle misure di sicurezza sanitaria che ogni istituto deve adottare, l’avvio dell’anno scolastico è divenuto problematico per un altro elemento: la mancanza di docenti. Rispetto agli anni passati i problemi sono stati maggiori sia per l’incremento dei numeri delle supplenze da assegnare, sia perché solo poco prima dell’inizio della scuola sono state aggiornate le graduatorie dei docenti, fatto che ha determinato molteplici conseguenze negative.

Quella del precariato scolastico è una questione storica, mai adeguatamente risolta. Tuttavia in questi ultimi anni sta di nuovo toccando vette allarmanti: si parla di una media del 20-25% del corpo docente, con percentuali diverse a seconda della regione e del tipo di scuola. Il settore più preoccupante è quello del sostegno, in cui molto spesso le percentuali sono ribaltate: in molte scuole del Nord Italia si hanno solo uno o due insegnanti di ruolo affiancati per il resto da insegnanti precari.


Come mai ci sono così tanti insegnanti precari?

I problemi sono principalmente due: in primo luogo il fatto che le assunzioni sono possibili solo su una parte dei posti necessari al funzionamento della scuola - il cosiddetto organico di diritto. C’è un’altra parte di posti che sono invece considerati “eccezionali”, “temporanei”, e su questi non si possono assumere insegnanti di ruolo ma solo supplenti (organico di fatto). Il problema è che questi “posti precari” sono in aumento, soprattutto nei settori più fragili come quello del sostegno. In regioni come l’Emilia Romagna, da anni l’organico di fatto rappresenta ben più del 40% dei posti totali del sostegno: significa che quasi la metà dei posti continueranno ad avere ad oltranza insegnanti precari.


Il percorso di reclutamento degli insegnanti è stato modificato da ogni governo che si è succeduto in questi ultimi anni. Tuttavia il “contratto a tempo indeterminato” sembra essere sempre più un miraggio per i docenti precari.

L’ultimo percorso che poteva portare a una stabilizzazione è stato fatto nel 2014 (II ciclo del TFA, percorso formativo abilitante): una selezione per accedere ad un’abilitazione a pagamento. I due concorsi successivi (2016 e 2018) sono stati rivolti soltanto a coloro che avevano già conseguito l’abilitazione.


D’altra parte gli abilitati non erano in numero sufficiente a coprire il fabbisogno di insegnanti, per cui anche i non abilitati sono stati chiamati dalle scuole. Di conseguenza, chi, ad esempio, si è laureato dopo il luglio del 2014 è rimasto tagliato fuori da qualsiasi percorso di reclutamento, ma potrebbe essere già al sesto anno di precariato.


Adesso il Ministero propone un concorso straordinario. I requisiti sono aver svolto almeno tre anni di servizio nella scuola di cui almeno uno nella disciplina per la quale si concorre. Il concorso tuttavia non permetterà a tutti di stabilizzarsi: i posti banditi sono circa la metà di coloro che hanno i requisiti richiesti ed il concorso è selettivo, per cui (come nel 2016) se le bocciature dovessero essere molte, potrebbe accadere che alcuni posti rimangano scoperti. Cosa succederà a coloro che non rientreranno nel numero dei posti banditi? Non sono previste graduatorie di idonei da cui attingere negli anni successivi. Chi supera le prove risulterà “abilitato”, ovvero un precario di serie A che potrà inserirsi nella prima fascia dei supplenti.

Chi non dovesse superare le prove resterà in seconda fascia: dopo anni di lavoro la sua posizione in graduatoria un po’ cambierà perché altri gli passeranno avanti. Tuttavia dati i numeri delle supplenze, continuerà a lavorare, a maturare anni di servizio senza diritti.


I posti di sostegno del concorso straordinario


Scorrendo i dati relativi al concorso straordinario e confrontando il numero di aspiranti con quello dei posti messi a bando, si può notare che nelle classi di concorso più numerose si osserva una tendenza al rapporto due precari per un posto disponibile, rapporto ancora più sbilanciato in alcune classi di concorso come arte e immagine. C’è però anche un dato in palese controtendenza: 73 domande per 322 posti in Emilia Romagna, 173 per 564 in Lazio, 261 per 1259 posti in Lombardia. Questi dati preoccupanti sono quelli del sostegno per la scuola secondaria di I grado.


Com’è possibile che si verifichi questa situazione?




Sostegno I grado

Sostegno II grado


n° candidati

posti disponibili

differenza

n° candidati

posti disponibili

differenza

Emilia Romagna

73

322

-249

68

205

-137

Lombardia

261

1259

-998

100

421

-321

Piemonte

58

458

-400

68

287

-219

Veneto

131

426

-295

52

264

-212


Perché mancano i candidati ai posti di sostegno


Il concorso straordinario si rivolge, in generale, solo a coloro che hanno maturato servizio nella scuola senza aver avuto la possibilità di abilitarsi. Per il sostegno didattico invece è richiesto un requisito in più: la specializzazione.

La specializzazione sul sostegno è il titolo analogo all’abilitazione per le altre discipline. È un titolo che, come per i TFA passati, si acquisisce superando una selezione e conseguendo una formazione a pagamento, con lezioni a frequenza obbligatoria, esami da sostenere e esame finale. Il percorso è interamente gestito dalle Università. 

Si potrebbe pensare che questo percorso sia facilmente accessibile sia a docenti di ruolo che precari, di ogni ordine di scuola e disciplina, perché l’inclusione è una prerogativa di tutti e tutte. In realtà così non è: il percorso è fortemente selettivo, sia per i costi, sia perché l’accesso è strettamente contingentato.

Il numero dei posti delle specializzazioni viene deciso dagli Atenei e spesso non ha alcun legame con il fabbisogno del territorio circostante o con i numeri messi a bando dai concorsi.


Su questo punto gli Atenei italiani sembrano muoversi in due direzioni contrapposte ma egualmente inefficaci: in Nord Italia si riscontra una tendenza a mantenere i numeri proposti dalle Università molto al di sotto del fabbisogno di insegnanti che emerge al momento delle assegnazioni delle supplenze e dai numeri messi a bando dai concorsi straordinario e ordinario. Al Sud Italia, invece, accade che le Università propongono un contingente di posti che non trovano assolutamente riscontro nei numeri dei concorsi. Conseguentemente, in Sicilia saranno in 128 a contendersi 9 posti così come in Campania 215 per 6 (sostegno scuola secondaria II grado).


Di coloro che si sono specializzati durante l’ultimo TFA, inoltre, non tutti potranno partecipare al concorso straordinario: non potranno farlo coloro che hanno lavorato sul sostegno, ma su un grado diverso rispetto a quello per il quale hanno la specializzazione né coloro che hanno lavorato sullo stesso grado, ma solo su materia; o coloro che hanno il titolo, ma non i tre anni di servizio. 


In questi giorni si stanno tenendo le selezioni per un ulteriore ciclo di TFA che tuttavia non terminerà in tempo per il concorso ordinario, per il quale le domande sono già state inviate durante l’estate. Pertanto coloro che si sono specializzati nell’ultimo ciclo costituiscono l’unico - e troppo secco - bacino da cui attingeranno i prossimi due concorsi.




Sostegno I grado

Sostegno II grado


TFA Sostegno 2018/19

posti concorso STR

posti concorso ORD

TFA Sostegno 2018/19

posti concorsi STr

posti concorso ORD

Emilia Romagna

60

322

331

90

205

331

Lombardia

346

1259

1365

180

421

423

Piemonte

70

458

493

70

287

285

Veneto

305

426

459

120

264

255


I docenti specializzati sono pochi, i percorsi di specializzazione fortemente selettivi: tuttavia gli insegnanti di sostegno sono assolutamente necessari (e il numero delle certificazioni di disabilità in età evolutiva è in aumento) pertanto da anni le scuole prima e gli uffici scolastici adesso si trovano a convocare anche docenti non specializzati.


Migliaia di docenti che anno dopo anno hanno svolto l’incarico, maturando anni di servizio e un sapere dovuto all’esperienza. Migliaia di docenti tagliati fuori dal concorso straordinario poiché impossibilitati a partecipare per i posti di sostegno e spesso anche per quello della loro disciplina, se privi dell’anno di servizio specifico: per il Miur è come se non avessero mai lavorato. 


L’unico provvedimento che in extremis è stato pensato per loro durante l’estate è stato quello di creare una graduatoria apposita (la II fascia del sostegno è composta da chi ha maturato almeno 3 anni di servizio su posto di sostegno). Adesso possiamo contare quanti sono e assegnare a loro un posto di supplenza sul sostegno con precedenza rispetto agli altri, ma questo riconoscimento non si traduce nel diritto a completare la loro formazione conseguendo il relativo titolo e a venire stabilizzati su un ruolo che coprono da anni.


Il sistema di reclutamento degli insegnanti avrebbe bisogno di essere totalmente riscritto, in modo tale da prevedere percorsi di selezione, formazione e stabilizzazione del personale stabili e periodici. Invece si continua ad affidare l’assunzione a concorsi banditi sporadicamente, ogni volta con regole diverse e soprattutto incapaci di affrontare la realtà presente.


Quanti sono i numeri del sostegno? (Focus su Emilia Romagna)


Sappiamo che i numeri delle certificazioni  (Focus Miur Maggio 2018) sta subendo, negli ultimi dieci anni, un forte incremento. Nonostante questo il bisogno di insegnanti è pensato sempre come “provvisorio”, “eccezionale” e pertanto si provvede ad allargare l’organico di fatto, posti sui quali non si può assumere, posti precari per definizione.

Guardando ai posti di sostegno dell’Emilia Romagna degli ultimi anni (dati USR Emilia Romagna):



a.s.

Organico di diritto (n - %)

Organico di fatto (n - %) 

2020/2021

5935 - 53%

5062 - 47%

2019/2020

5870 - 57%

4349 - 43%

2018/2019

5870 - 63%

3395 - 37%

2017/2018

5708 - 64%

3226 - 36%


I dati ci testimoniano una situazione per cui ormai quasi il 50 % dei posti sul sostegno sarà data a personale precario - una crescita vertiginosa di 10 punti percentuali in soli quattro anni -  e nessuna continuità didattica potrà essere garantita a studenti e famiglie. 


Oltre all’organico di fatto, che verrà interamente destinato a supplenze, anche l’organico di diritto corrisponde a  molte cattedre lasciate vacanti. 

Proviamo a trasferire questi numeri sulla realtà delle assegnazioni da GPS - che ad esempio a Milano sono iniziate solo da pochi giorni e in moltissime provincie sono ancora in corso.


Per quanto riguarda la Secondaria, le scuole dell’Emilia Romagna hanno richiesto agli USP 1384 cattedre di sostegno per il primo grado e 1388 cattedre di sostegno per il II grado (spezzoni esclusi). Tali cattedre sono state in prima battuta proposte agli specializzati iscritti alla prima fascia e ai docenti con tre anni di esperienza iscritti alla seconda. Le cattedre rimaste (più di 500 per grado) sono in corso di assegnazione incrociando le graduatorie di tutte le discipline. Nel frattempo la scuola è iniziata da settimane.



Emilia Romagna

settembre 2020

Cattedre scoperte di organico di diritto

Cattedre scoperte di organico di fatto

Docenti specializzati I fascia

Docenti con 3 anni, II fascia

Posti banditi da concorso straordinario + ordinario

Secondaria I grado

677

707

168

852

653

Secondaria II grado

565

823

218

593

536



Emilia Romagna

settembre 2020

Secondaria I grado

Secondaria II grado

rapporto docenti specializzati per posti banditi  (%)

0,3 (27,5%)

0,4 (40,7%)

rapporto docenti specializzati per fabbisogno reale (%)

0,1 (12,1%)

0,2 (16%)

rapporto docenti specializzati + docenti con 3 anni di servizio per posti banditi (%)

1,5 (156%)

1,5 (151%)

rapporto docenti specializzati + docenti con 3 anni di servizio per fabbisogno reale (%)

0,7 (73%)

0,6 (58,4%)



I dati di queste ultime tabella ci mostrano lo stato dell’inclusione in Emilia Romagna e possono darci un’idea di quanto sta accadendo in Italia rispetto ai posti di sostegno.


La selezione per i percorsi di specializzazione produce un numero di docenti specializzato assolutamente inadeguato per coprire i posti di sostegno necessari, pertanto un grande numero di supplenze viene assegnato a docenti senza titolo. Per la prima volta coloro che hanno acquisito 3 anni di esperienza hanno la precedenza sugli altri per questa assegnazione. A seguire altre centinaia di posti vengono assegnati ad altri docenti non specializzati incrociando le graduatorie.

I numeri banditi dai due concorsi (straordinario e ordinario) sono insufficienti per coprire le cattedre vacanti che già quest’anno sono emerse, ma soprattutto lasceranno moltissimi posti scoperti in quanto mancano i candidati in possesso dei requisiti d’accesso. I docenti che hanno maturato tre anni di servizio non possono partecipare a queste selezioni.

In aggiunta restano i posti in organico di fatto, che per la secondaria risultano essere più di quelli vacanti e, salvo un’azione strutturale, continueranno ad essere assegnati a supplenti senza possibilità di stabilizzazione.


Pertanto nonostante lo svolgimento di due concorsi, la precarietà dei posti di sostegno è una questione che non verrà risolta.



Che cosa si potrebbe fare


Alcune azioni da intraprendere il prima possibile per intervenire su questa drammatica situazione potrebbero essere:

  • trasformare l’organico di fatto in organico di diritto, così da poter stabilizzare il personale su tutti i posti necessari;

  • procedere con un concorso non selettivo (come quello del 2018) per coloro che hanno già conseguito la specializzazione, con conseguente stabilizzazione;

  • prevedere un percorso di formazione e assunzione a tempo indeterminato per coloro che hanno già maturato tre anni di servizio;

  • riformare il percorso di specializzazione abbattendo i costi e aprendo alla partecipazione di quanti più docenti possibili, perché tutti coloro che lavorano a scuola devono essere “specializzati in inclusione”.


Alla luce di tutto ciò, appare evidente come la precarietà dei posti di sostegno costituisca la negazione di diritti fondamentali per tutte le parti in causa.
Da una parte il diritto dei docenti alla dignità lavorativa e alla stabilizzazione, un lontano miraggio per coloro che continuano a colmare i bisogni delle scuole ma che, in mancanza di specializzazione, vengono totalmente ignorati dal Ministero.

Dall’altra i diritti all’istruzione e alla continuità educativa degli studenti e delle loro famiglie.


Coordinamento dei precari/ie della scuola di Bologna e Modena


1 maggio 2020

Perché i concorsi non risolveranno la questione del precariato

Essere insegnanti precari significa formare, educare, collaborare, innovare e sperimentare con un timer puntato. Ogni giugno abbandoniamo ciò che abbiamo costruito con colleghi e alunni in un intero anno scolastico, e in ogni precario è forte la consapevolezza delle limitazioni che l’obbligo di cambiare scuola impone ai suoi interventi educativi. Difficilmente infatti si viene riconfermati nella stessa sede e, anche quando accade, si tratta sempre di una condizione temporanea. Queste condizioni di lavoro, già difficili in tempi non emergenziali, si sono aggravate con l’epidemia di Covid 19: la possibilità di iniziare il prossimo a.s. in modalità DaD con interlocutori nuovi è realmente preoccupante per noi e per tutte le classi che vedono ogni anno cambiare i propri docenti, in barba all’importanza della tanto decantata relazione educativa.


“Funambolo – Splash cut” di Aliatis

La narrazione dominante che vuole dipingere la stabilità come un orpello da nostalgici o la pigra richiesta di individui non flessibili e resistenti al cambiamento, vuole negare che la stabilità è la condizione materiale che permette alle scuole di funzionare come fertili comunità educanti, che sappiano accompagnare a pieno il percorso di crescita dei propri componenti. Si parla degli alunni, ovviamente, ma anche del personale docente. L’innovazione didattica e le pratiche educative si costruiscono nella collaborazione tra insegnanti: un precario ha nove mesi di tempo per collaborare con i suoi colleghi. A fine anno, si chiude tutto e si riparte da zero.
Una scuola sana dovrebbe reggersi su mutamenti ridotti e un fisiologico turn over, ma ormai da anni ai pensionamenti non seguono altrettante stabilizzazioni. Le necessità educative e di istruzione invece restano, e i posti devono essere riempiti. Prendiamo l’esempio della scuola secondaria: dal 2014, è negato ai docenti qualsiasi percorso di accesso al ruolo.

Questi i numeri:
    ● a.s 2019/2020: 150.000 contratti per supplenze annuali, cui si aggiungono le supplenze brevi
    ● stime per l'a.s. 2020/2021: 200.000 contratti per supplenze annuali

Di questi contratti, molti sono assegnati tramite Messe a Disposizione (MaD): persone, laureate e non, chiamate perché si sono trovate nel posto giusto al momento giusto - o per conoscenze giuste - a riempire i vuoti che neanche le graduatorie ad esaurimento e quelle di istituto riescono a colmare. Un substrato precario ancora più instabile e deregolamentato. In questi numeri straordinari, che sono ahinoi l’ordinario, la situazione del sostegno è la più emergenziale.
Nonostante sia l’unico ambito per cui sia stato possibile frequentare dei Corsi formativi di Specializzazione (con ingresso selettivo e a pagamento) il numero degli specializzati resta assolutamente insufficiente rispetto al fabbisogno, e di fatto risulterà impossibile per molti di loro stabilizzarsi, dato che i posti messi a bando sono esigui e anche questo personale già formato dovrà essere sottoposto al quiz-scrematura.

Oltre alla mancanza di continuità, il precariato crea un tipo di docenza di serie B e ulteriori fratture nelle comunità scolastiche. A stesse responsabilità e stessi doveri dei colleghi di ruolo, non corrispondono stessi diritti: niente bonus docente, nessuno scatto di anzianità, nessun giorno di permesso retribuito (partecipare ai concorsi della scuola richiede permessi non retribuiti che interrompono l’anzianità di servizio), ricorso al sussidio di disoccupazione per i mesi senza contratto.

Ci si prospetta adesso un percorso spacciato dallo Stato - concetto ribadito dal Presidente del Consiglio nella conferenza stampa del 26/04 - come occasione e regalo. Due concorsi per un totale di 49000 assunzioni: uno straordinario per chi ha almeno tre anni di servizio nelle scuole statali (che taglia fuori chi ha maturato servizio solo sul sostegno) e uno ordinario aperto a tutti. La logica sottesa alle due procedure viene presentata come meritocratica, utile alla selezione di ottimi docenti della scuola del futuro.
Peccato che quegli stessi docenti sono in gran parte i docenti dell’oggi: circa 60.000 hanno almeno 3 anni di servizio, più di 90.000 hanno già lavorato a scuola. E continueranno a farlo: perché la scuola ne ha bisogno, e dopo essere stati falciati con le modalità più avanti spiegate, torneranno in cattedra a svolgere il loro lavoro. La dignità negata è quindi quella dei docenti a cui non vengono riconosciuti diritti e opportunità, mentre si avanzano loro richieste indistinguibili da quelle fatte ai docenti di ruolo, non ultimo l’impegno nella DaD.

Acquarello di Maddalena Sisto

Principali problematicità delle procedure concorsuali proposte
A fronte di 200.000 cattedre annuali previste per l’a.s. 2020/21, i posti banditi dai concorsi costituiscono 1⁄4 del totale. Finché non si provvederà ad un adeguamento dei posti messi a bando rispetto al reale fabbisogno, esisteranno sempre dei precari di cui lo Stato necessita, ma che molta opinione pubblica e alcuni politici disprezzano.

Stando ai bandi in uscita, la selezione per il personale con servizio prevede un test a risposta multipla (80 domande in 80 minuti) su contenuti disciplinari e metodologie didattiche: programmi estremamente vasti, consultabili sul portale del Ministero. Soltanto chi totalizzerà almeno 56 punti su 80 potrà sostenere le successive prove (lezione simulata e interrogazione con commissione d'esame per conseguire l'abilitazione) e, se avrà titoli e servizi sufficienti a rientrare nel numero di posti messi a bando, ottenere il ruolo. Il superquiz iniziale diventa quindi lo strumento filtro che, con una meccanicità lontana anni luce dalla pratica didattica quotidiana, boccia o promuove la carriera di un insegnante con maturata esperienza e competenze didattiche, non esaminabili tramite questo tipo di prova.

Non si tratta solo della possibilità di ottenere finalmente un contratto stabile: legare il concetto di 'abilitazione' a questa prova-quiz comporta che tutti coloro che la supereranno potranno abilitarsi (senza il diritto all’assunzione) se completeranno il percorso previsto ed inserirsi in una graduatoria con precedenza nell'assegnazione degli incarichi annuali rispetto a chi non possiede l'abilitazione. Per questi ultimi, esclusi da una crocetta, l'unica strada prevista è il concorso ordinario, con le sue tre prove, insieme ai neolaureati. Ricordiamo che anni di precariato significano esistenze che avanzano, vite che provano a strutturarsi e a fissare direzioni, individui che faticano ad essere performanti in situazioni selettive quanto possono esserlo i neolaureati. A tutto ciò si aggiunge adesso l’effetto tossico di mesi di stress, preoccupazioni, dolore e perdite che certamente non costituiscono la cornice ideale per cimentarsi in una gara di memoria a tempo, come è facile dedurre dalla letteratura specialistica in fatto di didattica e valutazione, sulla quale la Ministra ci vuole preparati ma della quale si ostina ad ignorare i precetti quando si tratta di valutare noi.
In sintesi, il Ministero intende delegare a un quiz a risposta multipla da svolgersi in meno di un'ora e mezza la funzione di dividere gli insegnanti precari con servizio che avranno ancora la possibilità di svolgere il proprio lavoro e di ottenere il ruolo, da quelli che invece resteranno tagliati fuori.
L'abisso tra questi criteri e le effettive capacità richieste dalla pratica didattica quotidiana è criticato non solo dai precari con servizio, ma anche dai sindacati, da vari esponenti di maggioranza e opposizione, dallo stesso CSPI, che ha definito i criteri troppo stringenti e la tipologia di prova non adeguata.

In questo contesto, l’unica strada percorribile per non disperdere l’esperienza dei precari e garantire l’effettiva presa di servizio dal primo settembre sarebbe un concorso per titoli e servizio con selezione in uscita, e parallelamente l’aggiornamento delle graduatorie provinciali per l’assegnazione delle altre supplenze.

Ciò nonostante, la Ministra Azzolina e i suoi collaboratori, ciechi e sordi a qualunque richiesta di cambiamento di rotta, rivendicano orgogliosamente la purezza "meritocratica" della loro linea e intendono bandire i concorsi entro la fine di aprile, dando all’opinione pubblica l’illusione che il concorso straordinario, con i suoi numeri risicati, potrà da solo consentire un avvio regolare dell’anno scolastico e la risoluzione dei problemi del precariato. Tuttavia, l’incertezza della condizione sanitaria in cui ci troviamo difficilmente permetterà di realizzare questa cieca marcia a tappe forzate, col risultato che a settembre saremo di nuovo noi, i precari, a tornare nelle aule, reali o virtuali che siano.

27 gennaio 2019

Comunicato con considerazioni sulla riforma del reclutamento del personale docente


Al Ministro della Pubblica Istruzione Marco Bussetti

Oggetto: considerazioni critiche sulla riforma del reclutamento del personale docente della scuola secondaria contenute nella Legge di Bilancio 2019

Come quelli che l’hanno preceduto, anche il governo attualmente in carica non ha mancato l’occasione di intervenire sulla riforma del reclutamento docenti: la legge di Bilancio 2019, in particolare nell’art.1 dai commi 792 al 795, contiene infatti importanti modifiche alla legge 107/2015 (la cosiddetta Buona Scuola), con riferimento specifico al D.Lgs. 59/2017.
È dalla primavera del 2014 che non esiste un percorso che porti a un’assunzione a tempo indeterminato per i docenti della scuola secondaria e ciò è aggravato dalla constatazione che modifiche così significative non siano state oggetto di una discussione peculiare, ma vengano pensate all’interno della programmazione economica per l’anno appena iniziato.
Ciò è indice del fatto che, ancora una volta, una riforma dell’istruzione è veicolata da aspetti puramente economici denotando, al netto delle retoriche, la mancanza da parte del presente governo di una visione ampia della scuola e dell’educazione.
Tagliare sulla scuola è una scelta e non una necessità.

Nella legge di Bilancio si continua a non affrontare la questione fondamentale e trasversale della stabilizzazione del precariato della scuola italiana, che può avvenire soltanto trasformando l’organico di fatto in organico di diritto. Ancora una volta si dà credito alla visione secondo la quale un docente a tempo determinato costa meno; di conseguenza conviene allo Stato mantenere quanto più possibile una rilevante sacca di precariato.
Di seguito alcune considerazioni in merito ad alcuni aspetti della riforma.

• I docenti precari che hanno maturato tre anni di servizio
Entrando nel merito, risultano degradati più delle altre categorie i precari e le precarie con tre anni di servizio.
Risultava già inaccettabile che il concorso previsto dalla legge 107 fosse selettivo. Adesso la situazione ci sembra oltremodo peggiorativa: attualmente si prevede infatti la sostituzione di un percorso riservato con una procedura di inserimento progressivo dei docenti precari, riservata tuttavia soltanto a una percentuale minima di posti (il 10%) e prevista unicamente per la prima sessione.
Sia la “Buona Scuola” che l’attuale legge di Bilancio non tengono in considerazione la normativa europea 70/1999, secondo la quale dopo tre anni di servizio i lavoratori precari hanno diritto a essere assunti a tempo indeterminato.
Inoltre, ulteriore novità rispetto alla legge 107/2015, dopo la prima tornata concorsuale anche coloro che avranno maturato tre anni di servizio dovranno, al pari di tutti gli altri, possedere i 24 cfu come prerequisito per accedere al concorso.

• Prerequisiti di accesso al concorso
Nonostante i proclami settembrini, il prerequisito del possesso dei 24 cfu nelle discipline antropo-psico-pedagogiche e nelle metodologie didattiche rimane ed è rafforzato: esso infatti sarà necessario per ogni partecipante al concorso e dal secondo ciclo anche per coloro che sono in possesso dei tre anni di servizio.
Ci avevano illuso che l’acquisizione di tali crediti non fosse necessaria, da come si era evinto da una sua intervista, ministro Bussetti, a Repubblica Tv del 12 settembre 2018. Inoltre da mesi le università statali hanno ridotto o chiuso totalmente le procedure di riconoscimento e acquisizione.
Per quanto l'attuale governo si continui a presentare come quello del cambiamento, ha tuttavia confermato la tangente dei 24 cfu pagata da aspiranti e fiduciosi docenti, forse come indennizzo per le università a cui molto altro è stato tagliato?

• Prove d’accesso
Riguardo tale tematica, un forte peggioramento riscontrato è dato dal nuovo limite posto agli aspiranti rispetto alle prove d’accesso: sarà possibile sostenere le prove per un’unica classe di concorso per ordine di scuola. La modifica della legge di Bilancio non tiene conto della riforma delle classi di concorso del 2016 (D.P.R. 19/2016), la quale prevede che la maggior parte dei titoli di laurea si colleghino a più classi di concorso; la nuova norma calpesta quindi il diritto degli aspiranti a partecipare a tutti i concorsi ai quali hanno diritto perché in possesso dei requisiti.
ll diritto a poter concorrere per tutte le classi di concorso per cui ci si è formati viene leso con la motivazione che ciò «comporta una riduzione del costo della procedura concorsuale» (commi 792 e 794 dell’articolo 1 della legge di Bilancio). In un documento in cui ogni intervento appare sostenuto solo da ragioni economiche, anche questa “innovazione” risponde alla medesima filosofia, cioè il risparmio.
Quest’ottica è inaccettabile, considerando il peso che ha la scuola per la crescita socioeconomica del Paese.

• In caso di superamento delle prove
Secondo quanto previsto, i vincitori accederanno all’anno di prova, ma non verrà stilata una graduatoria di idonei non vincitori. Coloro che supereranno le prove, che quindi avranno ottenuto l’abilitazione, ma non avranno vinto un posto, che posizione andranno ad occupare?
È assurdo che non si garantisca un percorso verso l’assunzione per chi ha già dimostrato di avere i requisiti necessari.

• La formazione
Essa è un aspetto pressoché assente nella riforma. Pur continuando a nominare il percorso di reclutamento come “formativo”, non si fa mai nemmeno cenno a nessun tipo di formazione per i docenti che hanno superato il concorso. L’unico aspetto che abbiamo sempre riconosciuto di positivo alla legge 107 era il fatto che prevedesse, dopo la selezione, un percorso di formazione pagata dallo Stato, pur essendo economicamente assolutamente insufficiente. Il decreto attuale segnala solo i tagli, ma non dà risposte su eventuali modalità e processi formativi.
E quali sono le ragioni dell’assenza di un adeguato percorso di formazione?

• L’anno di prova e la titolarità
Si ritiene senza dubbio positivo che dopo l’anno di prova, per il quale è stata ripristinata la possibilità di ripeterlo una seconda volta, si ottenga una titolarità non più su ambito, ma su scuola. Tuttavia non si condivide l’imposizione di un vincolo di quattro anni rispetto alla scuola ottenuta: si crede infatti che tale elemento non solo leda la libertà dei lavoratori e delle lavoratrici, ma non abbia anche alcuna utilità nei fatti, dato che le modalità di trasferimento all’interno del sistema statale sono già regolamentate.
Si afferma che la mobilità dei docenti infici la continuità didattica, dimenticandosi che il fattore principale della mancanza di continuità è il precariato.

• Il sostegno
La trasformazione del percorso di reclutamento basata su ragioni economiche non lascia spazio a un discorso importante e complesso quale la formazione degli insegnanti di sostegno, per cui ci attendiamo un provvedimento chiarificatore in tal senso.
Non si può non ribadire che senza un aumento cospicuo dell’organico di diritto, l’esigenza di garantire un adeguato supporto ai soggetti più fragili non può essere colmata.
Riproporre un percorso di formazione specializzato per gli insegnanti di sostegno può essere di sicuro un aspetto positivo. Tuttavia occorrerebbe pensare a un canale privilegiato per coloro che hanno già ricoperto un incarico nei precedenti anni, considerando l’attuale carenza di organico.
L’altissimo numero di precari che ricoprono posti sul sostegno richiede una pronta risposta in merito alla formazione e all’assunzione di personale docente specializzato.

In sintesi chiediamo:
Una regolarizzazione dei precari che abbiano maturato tre anni di servizio attraverso un concorso riservato non selettivo e che tale diritto sia garantito in maniera continuativa fino alla stabilizzazione di tutti i precari della scuola. Pertanto rivendichiamo che le graduatorie d’istituto di III fascia si trasformino in graduatorie provinciali con l’eliminazione del limite delle 20 scuole e che, una volta maturati tre anni di servizio, si possa accedere al ruolo (sul modello delle attuali Graduatorie ad esaurimento).
Una risposta ai precari va data.

Coordinamento dei precari e delle precarie della scuola di Bologna