30 gennaio 2018

24 CFU all'UNIBO

I corsi per recuperare i 24 cfu all’Unibo iniziano questa settimana. L’Unibo ne ha dato annuncio venerdì e ha dato tempo da stamattina fino a mercoledì per prenotarsi a chi voglia frequentare le lezioni.
Oggi abbiamo scritto al prof. Guerra, Direttore del Dipartimento di scienze dell’Educazione, con il quale ci eravamo già incontrati/e in novembre per discutere dell’organizzazione dei corsi per i 24 cfu, per far presente alcuni punti critici riguardo alle tempistiche e alle informazioni lacunose.
1. È inaccettabile che ci venga richiesto di prenotare la frequenza ai corsi, quando l'operazione del riconoscimento dei crediti già acquisiti non si è ancora conclusa: come possiamo scegliere i corsi senza sapere quanti e quali crediti dobbiamo recuperare?
2. Non è stato possibile visionare i programmi dei corsi con un anticipo congruo, come avviene normalmente con i corsi ordinari.
3. Le fasce orarie e i giorni in cui si svolgeranno le lezioni rendono difficile la frequenza ai/alle molti/e che lavorano, spesso con incarichi precari nella scuola. Nel corso dell’incontro di novembre, Guerra ci aveva invece garantito orari conciliabili (fascia pomeridiana/serale oppure sabato). Un’ ulteriore misura utile pensando a chi lavora sarebbe assicurare la massima disponibilità dei docenti dei corsi a supportare i non frequentanti: fornendo dispense, consigliando buoni manuali, essendo disponibili per domande, chiarimenti ecc.
4. Il lasso di tempo minimo previsto: a. tra la pubblicazione dell'avviso e l'apertura delle prenotazioni (meno di 3 giorni) b. per potersi prenotare ai corsi (meno di 3 giorni) c. tra la chiusura delle prenotazioni e l'inizio delle lezioni (9 ore rispetto alla prima fascia oraria dedicata all'ambito pedagogico), costituisce un problema reale rispetto al diritto degli e delle immatricolati/e ad essere informati/e e a scegliere consapevolmente quali corsi frequentare.
Essere informati per tempo e messi in condizione di frequentare i corsi non solo è un diritto di chi si immatricola all’università, ma è ancora più importante se si pensa che la seconda prova del concorso verterà sugli ambiti dei 24 CFU. Impedire alla gran parte degli iscritti di seguire le lezioni per questioni logistiche può significare creare le premesse per un gran numero di bocciati alla seconda prova, creare delle disparità in partenza. Anche questo ci sembra inaccettabile.
Perché questa fretta e le informazioni lacunose, quando il contesto politico nazionale non fa presagire decreti e bandi imminenti?

24 CFU caos. Università in ritardo sulla valutazione dei crediti già acquisiti, docenti costretti ad iscriversi ai corsi
24 CFU, troppi dubbi e perplessità sull’attivazione dei corsi

In cattedra con la valigia

“In cattedra con la valigia”: quanto influisce la mobilità dei docenti nella scuola?


Per prendere una boccata d’aria dagli scrutini del primo quadrimestre Fuori Ruolo si legge un libro.
Nella puntata di oggi vi proponiamo la presentazione di un bel libro dedicato alla spinosa questione della mobilità dei docenti: docenti del Sud al Nord, si impazzava sui giornali dopo il piano di assunzioni straordinario previsto dalla Legge 107 per svuotare le vecchie graduatorie ad esaurimento; docenti del Sud che vogliono tornare a casa creando danni irreparabili alla didattica (i docenti, sia chiaro), strombazzava la stampa..
Luoghi comuni - certamente con un fondo di verità- poco efficaci per descrivere una questione complessa come quella del rapporto fra sede di lavoro e residenza della famiglia, che hanno come obiettivo quello di delegittimare le critiche ad una pratica di assunzione discutibile. In fondo ci sono storie di precarietà -come sempre- che accompagnano la pratica dello spostamento per l’Italia di maestri e maestre e docenti della scuola secondaria: la mobilità del personale scolastico infatti aumenta di pari passo con la crescente precarietà delle sue condizioni di lavoro e con ’allungamento dei tempi per l’ingresso in ruolo.
Il nodo della mobilità, se è emerso negli ultimi due anni, è in realtà una costante della categoria della scuola: ricorsi di maestre per evitare trasferimenti lontano da casa risultano già dagli anni Trenta; altro che “i docenti di oggi non si accontentano mai”!. Per affrontare con serietà una tematica che coinvolge molti colleghe e colleghi ed effettivamente ha delle ricadute sull’attività didattica, vi proponiamo la presentazione del libro In cattedra con la valigia. Gli insegnanti tra stabilizzazione e mobilità. Rapporto 2017 sulle migrazioni interne, a cura di Michele Colucci e Stefano Gallo, edito da Donzelli. In nostra compagnia ci sarà uno dei curatori del libro, ricercatore dell’Istituto di studi sulle società del Mediterraneo- CNR di Napoli.

Per chi volesse un assaggio del libro ed entrare nel tema della mobilità dei docenti, da inserire nel più complesso discorso sulle migrazioni interne, vi suggeriamo di visitare questo sito, dove si possono anche trovare i dati su cui si basa la ricerca:
https://migrazioninterne.it/

Fra gli articoli del sito ce n’è uno che vi consigliamo calorosamente: Pietro Causarano, La scuola
italiana si muove. Analisi dei principali mutamenti quantitativi del dopoguerra, che si può trovare
alla seguente pagina
https://migrazioninterne.it/insegnanti-migranti/

19 gennaio 2018

La "Futura" del MIUR: scuola digitale, precariato immortale.

QUALE FUTURO PER LE ASPIRANTI E GLI ASPIRANTI INSEGNANTI?

“Il futuro invade Bologna” ha detto trionfalmente Valeria Fedeli, la ministra dell’Istruzione, che oggi sarà a Palazzo Re Enzo per un evento sulla scuola digitale.
Ma non si può parlare del futuro della scuola pubblica senza occuparsi delle modalità con cui gli/le aspiranti insegnanti potranno entrare in ruolo e delle condizioni in cui lavoreranno.  

Il nuovo percorso di reclutamento e formazione dei docenti della scuola secondaria, il FIT, sembrerebbe un passo avanti rispetto al passato, perché prevede:
  • concorso prima dei tre anni di formazione;
  • retribuzione per gli insegnanti in formazione.

Ad una lettura più approfondita, però, scopriamo tutte le magagne del nuovo sistema.
  • Cambiano ancora i requisiti di accesso al concorso
Devono essere acquisiti, prima del concorso, 24 cfu in discipline antropo-psico-pedagogiche: e chi non è più iscritto all’università? Deve recuperare esami, pagando le ennesime tasse universitarie.
  • Si legittima il lavoro sottopagato e la discriminazione salariale
Per gli insegnanti in formazione, la retribuzione sarà di 400 euro netti mensili, ma il FIT richiede un impegno a tempo pieno, non conciliabile con altre occupazioni.
  • Il FIT è un percorso lungo disseminato di ostacoli
Nei tre anni i corsisti saranno continuamente valutati, anche dai Dirigenti Scolastici delle scuole in cui lavoreranno; è previsto un anno di prova (il terzo), non ripetibile. E in caso di fallimento? Si riparte dalle selezioni!
  • La precarietà viene resa più sommersa
Ci sarà sempre bisogno di supplenti per quelle cattedre che non potranno andare ai corsisti del FIT; se davvero le Graduatorie d’Istituto non verranno riaperte nel 2020, si ricorrerà sempre di più alle Messe a Disposizione (MAD), uno strumento non trasparente, fuori da qualsiasi graduatoria, che non permette di maturare il punteggio e il diritto all’assunzione dopo 3 anni.

Troppo spesso, l’innovazione tecnologica viene presentata come panacea di tutti i mali della scuola pubblica. Ma la qualità della didattica passa anche e soprattutto dal dare diritti, dignità e condizioni di lavoro stabili alle aspiranti insegnanti, ai precari e alle precarie.
PER QUESTO CHIEDIAMO:
  • la parità di diritti e salario tra insegnanti in formazione e insegnanti di ruolo;
  • la possibilità di ripetere l’anno di prova;
  • la riduzione del percorso FIT a due anni;
  • la riapertura delle Graduatorie d’Istituto anche per il prossimo triennio;
l’accesso al FIT senza un concorso selettivo e l’assunzione per chi matura 3 anni di servizio, come da direttiva europea

link dell'evento

18 gennaio 2018

Un nuovo anno, facciamo il punto

Inauguriamo la nuova stagione di Fuori Ruolo con una rassegna delle tematiche che hanno interessato la dal ritorno delle vacanze in poi. C’è da dire che sono tante e toccano aspetti differenti del mondo della scuola: gli studenti, la didattica e i lavoratori e le lavoratrici della scuola.

La puntata inizia proprio da quest’ultimo punto: l’ultima sentenza del Consiglio di Stato in adunanza plenaria ha estromesso dalle Graduatorie ad esaurimento ben 43.000 maestri e maestre diplomate e diplomati entro il 2001 (quando ancora si poteva accedere alla scuola con il solo diploma e non con il vincolo della laurea) che una precedente sentenza, sempre dello stesso Consiglio di Stato aveva inserito in graduatoria ed addirittura in ruolo. Oltre al dato umano devastante, il dato di fatto che emerge è sempre lo stesso: buoni per fare le supplenze, non adeguati per l’assunzione. Lapidarie, nel senso di lapide per citare una canzone degli Offlaga Disco Pax, le parole della Ministra Fedeli a commento di questa sentenza rilasciate al quotidiano La Repubblica all’indomani della sentenza: 
“La sentenza va applicata, ma dobbiamo calcolare l’impatto e le conseguenze per questo ho convocato una riunione per il prossimo 4 gennaio. Capisco la loro situazione, ma bisogna tenere conto che ci sono pure leggi e regolamenti da rispettare”.
La scuola, oltre che peri maestri e le maestre della scuola primaria è un terreno di dibattito piuttosto ampio. Durante il mese di dicembre ha conosciuto avuto una rapida diffusione un Appello per la scuola pubblica-  un documento sulla scuola e sull’istruzione, da leggere, pensare e sottoscrivere.
Il documento, redatto da sei insegnanti delle scuole superiori del Nord-Italia, un ex preside e un docente universitario, denuncia gli effetti della legge 107 sulla scuola e chiede che si torni a parlare criticamente di scuola “ricostituendo un fronte comune” tra insegnanti, dirigenti, studenti e “riprendendo una lotta cosciente e resistente in difesa della scuola”.
È un testo piuttosto interessante, vi consigliamo di leggerlo. Affianchiamo però la lettura a due altri interventi pubblicati in questo periodo.
Il primo è un articolo pubblicato da un maestro di terza elementare, Gianluca Gabrielli che, pur condividendo lo spirito dei sottoscrittori, sente però l’esigenza di allargare la riflessione sulla scuola anche ai cicli dell’infanzia che nell’appello ha sentito poco rappresentati.

Martedì 9 gennaio è stato pubblicato su “Il Manifesto” un intervento di Girolamo de Michele dal titolo “Non lasciamo cadere i suggerimenti di papa Francesco”. De Michele accosta il “mantra reazionario di Mastrocola “l’insegnante spiega, l’alunno studia. L’alunno ripete, l’insegnante valuta” all’approccio che in passato ha avuto il mondo cattoliche che, mentre urlava all’emergenza educativa “letta come prodotto della modernità, invocava un ritorno al patrimonio di valori della tradizione che si traduceva in un attacco alla scuola pubblica per favorire le lobby private di Comunione e Liberazione”. A questo De Michele contrappone il discorso che Bergoglio ha fatto il 5 gennaio ai maestri cattolici, proponendo tre punti di riflessione “la cultura dell’incontro, l’alleanza tra scuola e famiglia e l’educazione ecologica. E anche un incoraggiamento al fare associazione.” De Girolamo conclude così: “nella consapevolezza che senza una rivoluzione della scola non si rivoluziona la società, ma anche che senza rivoluzionare la società non si salva la scuola, oggi ritrovo la volontà di “ripensare, costruire e difendere” la scuola pubblica, queste tre indicazioni di lotta, nella proposta educativa di Papa Francesco.” Interessante lettura anche quella di Bergoglio, ve la proponiamo qui:

12 dicembre 2017

Queering Guidelines. Un esercizio (discretamente ideologico) di analisi del testo


di Lorenzo Mari

Redatte da un tavolo tecnico formato da docenti universitari di varia afferenza disciplinare e firmate da Valeria Fedeli il 27 ottobre 2017, le Linee Guida Nazionali del MIUR dal titolo Educare al rispetto: per la parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le forme di discriminazione si presentano come un testo che dev’essere interpretato e messo in atto nelle scuole italiane di ogni ordine e grado. Si tratta di una misura che intende specificare e integrare la legge 107 del 2015 (conosciuta, a livello di dibattito politico, come “riforma della buona scuola”, o #buonascuola) al comma 16 dell’articolo 1.
Com’è logico e prevedibile, l’interpretazione di tali Linee Guida rimanda ad un’operazione previa di analisi del testo. Esternamente al mondo della scuola, l’interpretazione entusiastica dei gruppi No Gender ha posto l’accento sulla definitiva estromissione della pericolosa “ideologia gender” dalle scuole italiane, concentrandosi su una parte del documento, contenuta nella premessa (pp. 3-4).
Tuttavia, è possibile un’interpretazione diversa, sia per contenuti che per ampiezza, che può mettere in luce la complessiva contraddittorietà di queste Linee Guida, predisponendo a un diverso esito pragmatico, da misurarsi poi a livello culturale e politico.

1.     Titolo

In questo esercizio di analisi, si può partire dal titolo stesso del documento, che è insieme coerente e in forte contrasto con il testo che segue.
Educare al rispetto: l’enfasi su questa indicazione valoriale è variamente ripetuta all’interno del testo, ma entra in contraddizione con la citazione delle Indicazioni Nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione (DM del 16 novembre 2012, n. 254), dalle quali si estrapola quanto segue:

…non basta riconoscere e conservare le diversità preesistenti nella loro pura e semplice autonomia. Bisogna, invece, sostenere attivamente la loro interazione e la loro integrazione attraverso la conoscenza della nostra e delle altre culture in un confronto che non eluda questioni quali le convinzioni religiose, i ruoli familiari, le differenze di genere (p. 3).

Rispetto o interazione-integrazione, dunque? Questione che non pare affatto di lana caprina, davanti al disconoscimento quotidiano del valore del rispetto nelle classi, per così dire, ‘reali’. Eppure: basta una promozione del rispetto? Si può concentrare l’attenzione sul rispetto conservativo delle differenze, come poi il resto delle Linee Guida continuerà a sottolineare, o non si potrà forse avviare una concezione dinamica, processuale e trasformativa di tale relazione? Non è forse l’interazione-integrazione uno snodo cruciale per quella antropologia relazionale evocata a p. 5?
Sia come sia, la coesione del testo inizia a scricchiolare.
Per la parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le forme di discriminazione: di questi obiettivi, il testo si occupa più che altro dei primi due, mentre il terzo resta evocato in modo generico. Nelle Linee Guida, infatti, ricorre con grande frequenza l’espressione “ogni forma di discriminazione”, con alcune varianti sinonimiche; solo in alcuni casi, viene specificato che si può trattare di “discriminazione contro le donne” o di “discriminazione di genere” (pp. 10, 11, 13).
Per contro, non vengono mai nominate le discriminazioni a carattere omofobico, lesbofobico e transfobico, cui si accenna in modo piuttosto indiretto e passeggero a p. 13:

Se la discriminazione di genere appare quale elemento strutturale e trasversale ad ogni realtà sociale, occorre tuttavia considerare gli altri fattori di discriminazione quali la disabilità, l’etnia, la religione, le convinzioni personali, l’orientamento sessuale, che possono anche presentarsi in combinazione dando origine alle cosiddette “discriminazioni multiple”. (corsivo aggiunto)

Ne consegue che il “rispetto” evocato dal titolo non si collega mai in modo esplicito al contrasto di forme di discriminazione specifiche eppure largamente presenti, radicate e violentemente attive nel nostro Paese.
Da ultimo, si può notare come l’anti-climax “sessi/genere/forme di discriminazione” contribuisca ad oscurare ulteriormente gli orientamenti sessuali che non siano immediatamente riconducibili ad un quadro etero-normativo, indicando la necessità di un’azione a carattere preventivo (contro la “discriminazione”) e non costruttivo. Questo punto riguarda anche il “genere”, per quando concerne, in particolare, l’uso dell’espressione “violenza di genere” (cui è dedicata una sottosezione del documento): quantitativamente seconda solo all’uso del “genere” in senso grammaticale, questa occorrenza è al tempo stesso molto più enfatizzata delle espressioni relative alle differenze o all’uguaglianza di genere (una o due occorrenze). Supera di molto anche i riferimenti al “genere” in sé, che pure fanno capolino un paio di volte in un’accezione simile a quella di gender, senza che ciò crei problema in un testo peraltro contrario a ciò che si definisce “ideologia” e/o alla “teoria” gender.
Al “genere”, dunque, si attribuisce un’accezione più negativa che positiva, accostando indirettamente la condizione della soggettività femminile a quella della vittima e, in mancanza di alternative che non siano di carattere preventivo, congelandola simbolicamente in questo status.
Fin qui, soltanto il titolo.

2.     Premessa: Genere o gender? Teoria, ideologia o studies?

Nella “Premessa” delle Linee Guida (p. 3) si recepiscono varie indicazioni normative, tra le quali spicca la circolare del 15 settembre 2015, al centro, come si  visto, dell’attenzione No Gender. In essa, infatti, si stabilisce che la finalità della Legge 107 “non è, dunque, quella di promuovere pensieri o azioni ispirati ad ideologie di qualsivoglia natura”. Il riferimento alla definizione di “ideologia gender”, frequentemente usata nel dibattito pubblico italiano, viene ulteriormente enfatizzato da altri due passaggi della circolare (p. 4): “Si ribadisce, quindi, che tra i diritti e i doveri e tra le conoscenze da trasmettere non rientrano in nessun modo né le “ideologie gender” né l’insegnamento di pratiche estranee al mondo educativo”. E ancora, ci si propone di dare chiarimenti esaurienti e decisivi “riguardo a una presunta possibilità di inserimento all’interno dei Piani dell’Offerta Formativa delle scuole la cosiddetta “Teoria del Gender”, che troverebbe attuazione in pratiche e insegnamenti non riconducibili ai programmi previsti dagli attuali ordinamenti scolastici” (p. 4).
Così non è. Aderendo in toto a questa circolare del 2015, le Linee Guida incorrono in quello che è forse l’infortunio più rilevante del documento. Si mostra, infatti, di dare credito alle espressioni “ideologia gender” e “teoria gender”, altrimenti ricusabili, o discutibili, e per di più non si attua alcuna distinzione tra le due etichette. Ora, non tutte le teorie danno adito direttamente a costruzioni ideologiche, né tutte le ideologie possono essere ricondotte in modo univoco a costruzioni teoriche. Quando questo accade, vi è una notevole sottrazione di complessità, fenomeno che si può difficilmente accostare a chi definisce il gender come costrutto sociale e culturale, variabile nel tempo e secondo le circostanze materiali. Come si legge ad esempio in questo intervento Chiara Lalli, sarebbe più corretto, infatti, parlare di “relativismo gender”; d’altronde, “per alcuni è un insulto essere relativista”, continua la bioeticista “anche se questo rasenta l’insensatezza, soprattutto se ci ricordiamo che l’alternativa è l’imposizione e il dogmatismo”.
Introdurre qui un’alternativa secca e dicotomica tra dogmatismo biologista e relativismo del genere potrebbe creare confusione, dal momento che gli studi attorno al gender non negano, ad esempio, l’esistenza e la rilevanza delle determinazioni biologiche dell’essere umano (ma non ne fanno un orizzonte quotidiano e sempre ineludibile, come invece pretendono le Linee Guida, come si vedrà più avanti). Resta, in ogni caso, l’infondatezza dell’equivalenza tra “teoria” e “ideologia gender”, ancor più marcata se ci si concentra sul secondo termine (mentre sul primo resta aperta la discussione, in molti contesti accademici e non).
“Ideologia gender” è un termine ricusato, tra gli altri, dall’Ordine degli Psicologi italiano tramite il comunicato stampa del 9 settembre 2015, dove si legge:

L’AIP ritiene opportuno intervenire per rasserenare il dibattito nazionale sui temi della diffusione degli studi di genere e orientamento sessuale nelle scuole italiane e per chiarire l’inconsistenza scientifica del concetto di “ideologia del gender”. Esistono, al contrario, studi scientifici di genere, meglio noti come Gender Studies che, insieme ai Gay and Lesbian Studies, hanno contribuito in modo significativo alla conoscenza di tematiche di grande rilievo per molti campi disciplinari (dalla medicina alla psicologia, all’economia, alla giurisprudenza, alle scienze sociali) e alla riduzione, a livello individuale e sociale, dei pregiudizi e delle discriminazioni basati sul genere e l’orientamento sessuale.

Rasserenamento che evidentemente non ha avuto luogo, stando alle Linee Guida.
En passant, si può notare anche come il documento non sani il conflitto interpretativo aperto dal comunicato dell’Ordine degli Psicologi e che riguarda, con solidissime basi, tutti quei campi disciplinari che, effettivamente, i Gender, Queer, Gay, Lesbian e/o Trangender Studies hanno contribuito a sviluppare e rinnovare. Si sta forse sostenendo che questa produzione accademica e intellettuale, assai attiva in Italia (a fronte di una scarsa istituzionalizzazione, caso molto raro rispetto a ciò che accade fuori ai confini italiani), non ha alcuna rilevanza o non ne ha a livello didattico? In questo caso, perché?
Sembra venir meno il principio del costante travaso di saperi tra università e scuola, principio che invece continua ad essere applicato, e non potrebbe essere altrimenti, con l’inserimento della laurea come requisito fondamentale per la docenza, nonché con l’affidamento a un tavolo tecnico composto in prevalenza da docenti universitari della redazione delle presenti Linee Guida.
In ogni caso, se l’espressione “ideologia gender” non ha alcun fondamento, ciò non si deve soltanto alla posizione assunta dall’Ordine degli Psicologi o alla ricerca universitaria di riferimento. Oltre ad essere un’espressione intimamente contraddittoria, com’è già stato accennato, quella che si definisce come “ideologia gender” risulta essere di fatto presente nelle stesse Linee Guida, perché, al netto delle problematiche culturali e politiche legate alla traduzione, cos’è il “genere” che ricorre così spesso in questo documento se non un addomesticamento linguistico del gender?
Eppure, l’ideologia, o teoria, gender non deve entrare nelle scuole, si legge nelle Linee Guida, e la si accosta a “pratiche estranee al mondo educativo”. Dove sta allora il confine tra l’educazione che si promuove con queste Linee Guida e il bando del gender, nella sua forma presuntivamente teorica o ideologica, dalle scuole? Chi stabilisce tale discrimine, se deve esistere (e qui si crede di no), se le Linee Guida forniscono un quadro contraddittorio e dunque inapplicabile?
La “riforma della buona scuola” sembra dare una risposta inquietante, nella maggiore discrezionalità affidata ai dirigenti scolastici rispetto alla gestione del personale docente (con lo strumento della chiamata diretta, privo, al momento, di parametri condivisi e trasparenti, nonché di un’effettiva utilità amministrativa e qualitativa). E se la presenza, la bontà e la qualità dell’educazione di genere (che, proprio secondo parti delle Linee Guida, si continuerà a fare) fosse affidata alla scelta di un singolo individuo (scelta inevitabilmente arbitraria… e probabilmente non di rado ideologica)?

3.     Differenza, differenze, différance

Più che alla concezione del genere come socialmente e culturalmente costruito, il testo sembra ricorrere in modo insistente alla nozione di “differenza” (27 occorrenze), oscillando tra un’interpretazione nettamente essenzialista del termine e una più sfumata deriva costruttivista (in contraddizione, dunque, con la censura dell’etichetta gender). In assenza di una qualunque forma di articolazione discorsiva, infatti, nelle Linee Guida sono presenti l’equivalenza tra “identità” e l’”essere” della persona (p. 7) e la “dialettica tra identità e diversità” come “la più compiuta affermazione dell’individuo” (p. 13); inoltre, vi trovano spazio, sempre senza soluzione di continuità né connessione logico-discorsiva, sia la “differenza sessuale” che la “differenza di genere”. 
È la prima accezione a prevalere, determinando le seguenti riflessioni:

Nascere uomini o donne crea appartenenze forti, è la pietra angolare dell’identità, informa di sé l’intero orizzonte esistenziale: è la prima condizione con cui ogni individuo si pone, e ne riceve opportunità e risorse ma anche limiti. Tutti gli aspetti della vita quotidiana ne sono connotati. (p. 4).

E ancora: “…nell’incontro tra differenze, che dà origine alla vita…” (p. 6).
Passaggio chiave, quest’ultimo, per iniziare a delineare la matrice – indubbiamente, come vuole l’espressione e come indica la lettura del testo, “ideologica” – delle Linee Guida: se si considera l’incontro di differenze come origine della vita, si rinvia alla concezione religiosa, e cattolica, della differenza sessuale come complementarietà biologica nell’esercizio della riproduzione della vita (con la notoria esclusione dalla biologia, ergo anche dalla “natura”, di chi non abbia capacità procreative o non appartenga agli orientamenti sessuali ritenuti normativi).
Pure, l’espressione è contenuta all’interno di un periodo che, in linea teorica, segue una diversa ispirazione:

Per tutti questi motivi la prima differenza che sperimentiamo nella nostra vita è stata di solito trasmessa come gerarchica e tale diventa il modello che profondamente interiorizziamo, differenza come disuguaglianza: se c’è una differenza, allora qualcuno è migliore e qualcuno è peggiore e, soprattutto, c’è una dimensione di potere dell’uno sull’altro. Dalla differenza come disuguaglianza gerarchica discende la relazione nella forma del dominio, che produce discriminazioni e che in italiano (e in altre lingue) risulta simboleggiata e insieme costruita anche dalla pratica linguistica.
Se invece rileggiamo la nostra esperienza con occhi più aperti e critici scopriamo che non c’è alcuna ragione per cui nell’incontro tra differenze, che dà origine alla vita, ci debba essere una gerarchia: non esiste alcun motivo per rinunciare alla ricchezza garantita dalla piena espressione di donne e uomini nella totalità della loro umanità, già nell’accudimento della vita ai suoi inizi. (pp. 5-6)

Ora, per poter affermare che la differenza nasconde un principio gerarchico, il riferimento diretto o indiretto sembra essere alle pratiche epistemologiche di matrice decostruzionista, ossia all’individuazione di una “differenza della differenza” o “differimento della differenza” (différance, nei termini usati dal filosofo franco-algerino Jacques Derrida, in luogo del francese corrente différence, rispetto al quale si mantiene omofonia, ma si devia a livello grafico) che mina le basi di ogni procedimento rigidamente dicotomico.
È differendo e decostruendo ogni tipo di binarismo (di genere, in questo caso) che si può dimostrare come la differenza tra due poli sia stabilita sempre a favore di uno di questi, rafforzandone il potere. Potere che, proseguendo nella direzione contraddittoria di queste Linee Guida, viene esplicitato così:

Secoli di patriarcato hanno rappresentato le donne come naturalmente subordinate agli uomini, avvalendosi di dicotomie come quelle di mente/corpo, soggetto/oggetto, logica/istinto, ragione/sentimento, attività/passività, pubblico/privato e assegnando agli uomini le prime caratteristiche, alle donne le seconde. (p. 5).

Come ci si propone di risolvere, almeno in apparenza, questa contraddizione all’interno delle Linee Guida? In primo luogo, si tralascia l’articolazione delle dicotomie appena citate con la differenza che invece è fondata sul sesso e/o sul genere (in sé dicotomica: uomo/donna, maschile/femminile); in seguito, si pone un accento di fatto esclusivo sull’aspetto della subordinazione. Tema sicuramente di grandissima importanza, ma che viene a creare, a livello logico, una frattura tra una “differenza” vera, buona e innocente e le “differenze” che recano con sé diseguaglianze sociali. Le Linee Guida cercano di sanare questa ennesima contraddizione segnalando che “la prima differenza che sperimentiamo nella vita è stata di solito trasmessa come gerarchica e tale diventa il modello che profondamente interiorizziamo, differenza come diseguaglianza” (p. 5). Si può notare come tale passaggio metterebbe in crisi l’idea di un orizzonte di vita legato all’identità sessuale (e/o di genere) esposto a p. 4, inserendovi sin da subito il modello gerarchico. Per uscire da questa impasse – probabilmente legata alla saldatura della già citata impostazione di area cattolica con le posizioni del femminismo differenzialista (movimento estremamente complesso, interessante e portatore di trasformazione socio-simbolica in molti contesti, ma non sempre di impatto efficace e lineare, come dimostra il presente compromesso, che ancora una volta si può dire “ideologico”) – si dovrà tornare a porre l’accento sulla differenza come diseguaglianza.
A quel punto: è sufficiente eliminare le diseguaglianze sociali (ancorché passo lunghissimo e spinta idealmente e materialmente necessaria) per tornare alla buona differenza, radicata che sia ora nelle determinazioni biologiche, ora in quelle del genere?
Basta “educare al rispetto” dell’autentica differenza per ottenere questo, secondo una pratica che, come si è visto, mantiene intatte la dicotomia sessuale o di genere, rischiando di mantenere inalterate anche le dicotomie di cui sopra?

4.     Il femminile e il maschile nel linguaggio (ma non al plurale)

Nella sezione dedicata a “Il femminile e il maschile nel linguaggio”, si riconosce fin da subito questo principio: “Un’altra forma di violenza simbolica è cancellare la differenza in nome di una presunta uguaglianza che è in realtà un adeguamento al modello maschile” (p. 7). Ne consegue che

nella pratica didattica si suggerisce quindi di verificare l’adeguatezza del linguaggio usato nei libri di testo di tutte le discipline non solo per quanto riguarda la presenza di eventuali stereotipi del maschile e del femminile, ma anche per quanto concerne l’uso del genere grammaticale, che costituisce uno strumento fondamentale per la rappresentazione della donna nel linguaggio. (p. 8)

Uno degli argomenti di fondo di questa sezione, infatti, è che un uso “femminile” o “neutro” di termini precedentemente declinati al maschile contravviene spesso alle regole grammaticali già date, impedendo così una comunicazione efficace.
Come per il valore del rispetto, si punta il dito su un’autentica emergenza, rispetto, stavolta, alla literacy delle classi ‘reali’. Dal punto di vista linguistico, inoltre, le argomentazioni sono solide, come nel caso dell’unico esempio direttamente citato, in nota (Cecilia Robustelli, “Genere, grammatica e grammatiche”, in La differenza insegna, a cura di Maria Serena Sapegno, Roma, Carocci, 2014, pp. 61-74). Citazione che, al tempo stesso, è sintomo di un lavoro accademico molto più ampio, che coinvolge vari gruppi di ricerca negli atenei italiani e porta a esiti talvolta analoghi, talvolta discordanti rispetto a quelli indicati.
In effetti, l’intenzione di ribadire la bontà e la necessità della grammatica italiana (un impianto normativo che non esclude la violenza simbolica di cui sopra, anzi ne consente l’attuazione) non sembra costituire una posizione di per sé soddisfacente, in particolare se corroborata da argomentazioni come questa: “Come è noto, infatti, la lingua italiana possiede solo il genere grammaticale maschile e quello femminile e non ha il genere neutro. Qualsiasi buona grammatica italiana ne chiarisce l’uso, la funzione e la distribuzione, e ad essa rimandiamo” (p. 8).
Certamente vero, ma il peso della lingua latina (dotata di genere neutro) è ancora rintracciabile nella lingua italiana, pur non costituendosi come genere a sé stante, e altre lingue di cui si prevede l’apprendimento a scuola presentano il genere neutro o configurazioni diversi dei generi grammaticali del maschile e del femminile rispetto alla lingua italiana. Queste riflessioni valgono a livello meta-linguistico, come segno di un’abilità che completa e rafforza la correttezza grammaticale e la comunicatività nell’uso della lingua. Le competenze di tipo meta-linguistico aiutano a delineare la storicità delle regole grammaticali, variabili nel tempo e nello spazio (ma non arbitrariamente e non a prescindere dai contesti pragmatici, come del resto si sottolinea correttamente nelle Linee Guida). Aiutano inoltre a riflettere sui fenomeni di discriminazione linguistica che la normatività linguistica continua a produrre, ad esempio con l’adozione del maschile plurale universale (ogni volta che la concordanza sia richiesta con almeno un elemento di genere maschile).

5.     Conclusioni (aperte)

L’analisi fin qui condotta sottolinea come le Linee Guida siano un testo fortemente contraddittorio, basato talvolta su argomentazioni incoerenti, e che produce un effetto di deriva rispetto alle proprie finalità pragmatiche e programmatiche. Se ne auspica dunque un ripensamento integrale, atto a evitare il rischio che il documento presti il fianco a quelle interpretazioni, univoche e unilaterali, che si concentrano esclusivamente sulle parti del testo più chiaramente definite.
Essendo caratterizzato da certa perentorietà, il bando di “ideologia” e “teoria gender” dalle scuole di ogni ordine e grado sembra essere una di queste parti. Tuttavia, si tratta di un’indicazione basata su una definizione scientificamente inconsistente (“ideologia gender”) e confusa con un’altra etichetta (“teoria gender”) sulla quale invece il dibattito accademico e intellettuale resta rigoroso, aperto e vivace.
Il rifiuto di “ideologia” e “teoria gender”, inoltre, deriva, in modo incongruente, da assunti che partono proprio dalle riflessioni sul genere/gender: non se ne può fare a meno, del resto, se i principi-cardine delle Linee Guide sono l’educazione al rispetto e la prevenzione della violenza di genere, nonché di tutte le forme di discriminazioni.
In questo senso, includendo quindi una qualche definizione di genere/gender, vanno tutte le indicazioni meritorie, e preziose, contenute nelle Linee Guida, delle quali si può dare qui un altro esempio:

Bambini e bambine, uomini e donne sono tra loro diversi e ciò rende l’esperienza umana molto ricca. Tuttavia molto spesso dalle bambine e dalle ragazze si aspettano comportamenti e inclinazioni che corrispondono a idee e immagini molto normative: devono essere gentili e sensibili, amare i giochi tranquilli, le faccende sentimentali, ed essere ossessionate dalla apparenza fisica e dallo sguardo degli altri. Secondo uno stereotipo diffuso non amerebbero le scienze e la matematica, lo sport e la competizione. Altrettanto rigide e opprimenti le aspettative sui bambini e sui ragazzi: non devono avere timori né sensibilità o dolcezza, è indispensabile che amino il calcio e ogni tipo di gara, devono accettare giochi violenti e sapersi difendere. L’imperativo “sii uomo” spesso non ha lasciato alcuno spazio ai gesti, alle parole e alle responsabilità della cura: maschio che non solo “non deve chiedere mai”, ma neppure ascoltare e rispondere alla domanda di relazione. (p. 6)

Tutto ciò che si propone in questo paragrafo, e che ha attinenza diretta con l’esperienza quotidiana dei discenti, non può essere avanzato se non attraverso un’analisi del gender quale quella fornita dai Gender Studies/Studi di genere, (terzo termine tra “ideologia” e “teoria”, che non viene quasi mai chiamato in causa, forse perché costringe a riflessioni più articolate di un semplice binarismo pro/no-gender).
Attinenza alle analisi dei Gender Studies/Studi di genere, avrebbe anche l’espressione “differenza di genere”, termine che, del resto, ha vita difficile in un testo dove la differenza è intesa prevalentemente in senso essenzialista: mancando un’articolazione discorsiva con l’espressione “differenza sessuale” e con tutte le altre dicotomie citate nelle Linee Guida, il proposito di decostruzione e di lotta alle diseguaglianze di genere trova un’attuazione monca, non essendo affrontato nella sua complessità.
Oltre alla già citata epistemologia decostruzionista, un ragionamento basato sulla decostruzione sulle “differenze” è stato proposto (e largamente accettato dal dibattito accademico e intellettuale, almeno fuori d’Italia) dai Queer Studies. Parzialmente e in debito di ulteriori precisazioni, obiezioni e riformulazioni, il punto di vista queer è stato adottato anche in questa lettura. Non si vede, infatti, perché tale produzione intellettuale non debba essere tenuta in debito conto (mentre si dà credito, in vario modo, al pensiero sociale cattolico, al femminismo differenzialista e all’antropologia relazionale: tradizioni di pensiero importantissime, ma che, nella prassi, dovrebbero avere uno statuto altrettanto “parziale” nelle direttive ministeriali).
A meno che non si delinei, come spesso accade, una confusione semantica anche tra gender e queer: una confusione di questo tipo spiega come nell’opposizione al gender serpeggi spesso, tra le altre motivazioni, il timore che una determinata educazione di genere possa “omosessualizzare” i discenti. Timore che, oltre a essere scientificamente del tutto infondato, manifesta una certa tendenza omo-, lesbo- e transfobica: si continua, infatti a fantasticare su tutti quegli orientamenti sessuali che non sono normativi e binari, ritenendoli capaci di manipolare – ideologicamente – chi non ne sia naturalmente convinto (o anche, seguendo le varie declinazioni di questa fantasia, di penetrare chi non è consenziente, di contagiare e patologizzare chi altrimenti godrebbe di salute, etc.).
Qualora ci si attenesse alla lettera di queste Linee Guida, dove omofobia, lesbofobia, o transfobia non sono nemmeno nominate, tale preoccupazione potrebbe essere rinsaldata, anziché riconosciuta, esplorata, criticata, superata.

Se ci si propone di “educare al rispetto”, questi ultimi passaggi (dal riconoscimento al superamento delle discriminazioni, nell’orizzonte di una promozione attiva e trasformativa della complessità sociale) sembrano essere teoricamente ineludibili, restando, nel nostro Paese, di estrema rilevanza e urgente attualità.